24112017Ultime Notizie:

Un’isola all’orizzonte. Bloc-notes siciliano, ricordi «salvati dal fluire del tempo

presentazione-libro-600x365Pubblico delle grandi occasione per la presentazione del volume «Un’isola all’orizzonte. Bloc-notes siciliano», un meraviglioso contenitore di ricordi «salvati dal fluire del tempo» dato alle stampe dal giornalista Ernesto Di Lorenzo per i tipi della casa editrice che egli stesso ha fondato facendola diventare il miglior e più pregiato porta gioie della cultura siciliana e delle punte di diamante degli intellettuali che, per dirla con Vincenzo Consoli, non possono «prescindere dalla Sicilia».

Sono intervenuti, come a volere ricomporre il mosaico ideale di questo viaggio di Ernesto Di Lorenzo, nel quale «la Sicilia ha sempre stimolato il senso della scoperta e dell’affabulazione», tra gli altri, il cantautore siciliano Fausto Cannone, il presidente del Ciss  di Palermo Sergio Cipolla, il pittore Enzo Di Franco, il fotoreporter Melo Minnella, la scrittrice Mary Taylor Simeti e Maria Guccione che lega il suo nome alle piùn importanti lotte sociali e ambientali di Favignana.

«Questo libro, pubblicato sibi et paucis  per dirla con Gesualdo Bufalino, raccoglie i miei articoli, scritti per quotidiani e periodici in un quarto di secolo, che tengono conto di una lunga esplorazione della Sicilia alla ricerca della sua essenza» scrive lo stesso Ernesto Di Lorenzo nell’eccezionale esordio titolato «Una metafora del mondo».

Articoli, vere e proprie opere d’arte, in un lungo viaggio da Cola Pesce  alla legalità, a suo tempo ospitati nel quotidiano prestigioso (La Repubblica) col quale continua a collaborare, e in apprezzati periodici e, tra questi ultimi, lo stesso “Il Bonifato” che il Di Lorenzo ha diretto in una sua inusuale forma di riscatto culturale per la sua città.

Il volume, di pregevole fattura editoriale, nelle sue 166 pagine, compie «questa circumnavigazione culturale della Sicilia», partendo proprio da un interessante prologo: «Italo Calvino e Cola Pesce». D’altronde anche Calvino apre «simbolicamente l’ampia sezione delle fiabe» con il «leggendario Cola Pesce con una delle innumerevoli versioni delle sue avventure e del sacrificio in fondo al mare».

Sacrificio che è un po’ la costante di questa Sicilia assai amata dai viaggiatori.

Il volume è diviso in tre, assai affascinanti, sezioni, cui segue, a conclusione, un memorandum che rappresenta il testamento spirituale di Ernesto Di Lorenzo e di questa Terra con l’assai incisivo titolo «La Sicilia che resiste», pubblicato nel 2009 su La Repubblica.

In Gran tour grandi firme trovano spazio “Guy de Maupassant, vive la Sitile”       , “Gaston Vuillier, a Palermo con Pitrè”, “Luigi Vittorio Bertarelli, il viaggiatore in velocipede”, “Guido Piovene, un profetico reportage”, “Mario Soldati, Cielo d’Alcamo e un oste antico”, “Giovanni Comisso, elegia siciliana”, “Alberto Moravia a Segesta”, “Cesare Brandi, pellegrinaggio in Sicilia”, “Il treno di Paolo Rumiz”, ed, in ultimo, “Goffredo Fofi e i bambini di Palermo”.

In Artisti. Paladini e giramondo, Ernesto Di Lorenzo, una vera rarità del colto giornalismo siciliano, pubblica, invece, “La pasiunaria di Favignana”, “Il pittore essenziale che ama il mare”, “La signora dei falchi”, “L’ambientalista viaggiatore”,”Un fotoreporter alla scoperta del mondo”, “La musica del inondo in una stanza”, “La stoffa dei sogni”, “La Sicilia spiegata agli americani”, “La magia delle parole”, “La felicità di un poeta centenario”, “I colori della memoria”, “L’ironia di un artista controcorrente”.

Ed, infine, nell’ultima strepitosa sezione Tre Ritratti Color Seppia, l’editore-farmacista pubblica “Girolamo Caruso, l’agricoltura come scienza”, “Nino Navarra, il poeta soldato amico di D’Annunzio”, “Nicola Rubino, un alcamese in via Margutta”.

Scrive Leonardo Sciascia che il «viaggiatore che viene in Sicilia è portato a cogliere quegli aspetti che fanno differenza con la realtà da cui proviene». Un siciliano come Ernesto Di Lorenzo, invece, rifuggendo all’orrore e alla nudità, alla solitudine e alla denigrazione, non sfugge che il viaggio in Sicilia è l’approdo naturale alla nuova sensibilità che si suole in genere far risalire, in modo un po’ manicheo, a Jean-Jacques Rousseau.

I temi che si impongono in modo nuovo a questa sensibilità, come il notturno, il predominio del colore sulla forma, il senso delle rovine, l’attenzione per la montagna e per le isole, l’amore smisurato per l’ambiente e per i diritti, il turbolento affondo a chi compromette la cultura, l’arte e la tradizione dell’isola, sono matrici nel cui contesto la Sicilia e il viaggio in Sicilia giocano un ruolo tutt’altro che trascurabile e che Ernesto Di Lorenzo valorizza ed esalta.

Alla luce di queste considerazioni, la prosa tranquilla di questo insolito viaggiatore, sempre “un’isola all’orizzonte” ed il blocco notes tra le amni, acquista valenze e risonanze diverse.

Li si scorge più facilmente, e più naturalmente, la scelta, assai eloquente ed erudita, di sacrificare la ragione alle delizie dell’emozione, accettare di essere ingannati “dall’illusione di passioni deliziose e dolci al cuore umano” come afferma Brydone.

Nell’opera brillante di Ernesto Di Lorenzo si vede l’uomo e il giornalista capace di estasiarsi all’ascolto di una musica in riva al mare, al chiaro di luna, e meditare a lungo sulla solenne malinconia di tale scena naturale. Li si scopre disertare i salotti e le dimore nobiliari, per mescolarsi al popolo avidi di sensazioni. Li si ascolta raccontare storie di uomini illustri e sconosciuti, a mezza strada tra il cavalleresco e il tragico, entusiasmarsi alle scene popolari e farsi coinvolgere nel pittoresco, ripetere storie e leggende popolari.

Oppure, più semplicemente, dimenticare la “rovina” che sta distruggendo la Sicilia e descriverla invece, per mezzo dei tanti che l’hanno visitata o che la vivono (anche che l’hanno cambiata), che l’hanno gustata intimamente o esportata, per lasciarsi prendere dallo spettacolo.

Ernesto Di Lorenzo appunta la penna sugli aspetti “romantici” del paesaggio e di alcune icone della cultura, dell’avanguardia e del professionismo italiano, sulle speculazioni filosofiche che uniscono il grazioso, che sa presentare con garbo e far amare, al terribile che l’autore condanna, con fermezza, là dove gli si chiede di fare una decisa scelta  di campo. Una scelta che è, prima di tutto, artistica e di libertà. Libertà affidata alle parole di Pietro Spica che afferma che «Visto che non siamo liberi di scegliere dove, come, quando nascere e morire, ho scelto la libertà di vivere meritando il ricordo d’aver fatto qualcosa per cui valesse la pena di nascere e morire».

E lasciamola trionfare questa libertà!