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Le Olimpiadi tra storia e mito e di Giusy Modica

La nascita delle Olimpiadi è riconducibile ad un periodo assai lontano, che denota, inevitabilmente, sostanziali atletdifferenze tra passato e presente.
Secondo il nostro calendario la numerazione degli anni coincide con la creazione del mondo; per gli antichi romani tutto cominciava con la fondazione della loro città; per la civiltà greca classica, invece, il tempo usciva dall’indefinitezza e meritava di essere misurato solo a partire dall’anno della disputa dei primi Giochi Olimpici. Ciò rende esplicito il valore attribuito ad una manifestazione ricca non solo di sportività, ma anche di sacralità.
Le Olimpiadi, di fatto, nacquero in Grecia nel 776 a.C., nella città sacra di Olimpia, per rendere omaggio agli dei. Da quella data si celebrarono ogni quattro anni, finché, nel 393 d.C., l’imperatore Teodosio ne decretò la fine, poiché considerata manifestazione pagana.
I Giochi erano un evento assai importante che determinava, addirittura, la sospensione di ogni conflitto bellico, istituendo una “tregua sacra” che permetteva agli atleti di prendere parte alle gare.
A differenza dei Giochi Olimpici moderni, solamente gli uomini liberi che parlavano greco potevano partecipare alle celebrazioni, pertanto erano esclusi gli schiavi e le donne, le quali non potevano nemmeno essere spettatrici. A tal proposito si racconta di un episodio bizzarro: una giovane donna, Callipatera, di nobile famiglia e riconosciuta tradizione atletica ,fu la prima donna ad infrangere il divieto e a presenziare alle competizioni sportive; essa, per poter assistere alla gara del proprio figlio, si travestì da uomo, ma si tradì nel momento della vittoria del ragazzo. Callipatera, rapita dalla gioia e dall’entusiasmo, scavalca la barriera ed impiglia lì i suoi vestiti, destinati a perdersi e a rivelare così la sua femminilità.
In verità sono parecchie le leggende ed i miti riconducibili alla tradizione Olimpica. Il famoso poeta greco, Pindaro, ad esempio, narrava di un’origine sportiva legata più ad un rito funebre in onore di Pelope, eroe leggendario che diede il nome al Peloponneso e che lì era sepolto. La storia raccontava di Enomao, antico re dell’Elide, che si rifiutava di dare in sposa la propria figlia Ippodamia, poiché un oracolo aveva profetizzato che il futuro genero l’avrebbe ucciso. Enomao, avendo ricevuto in dono da Ares dei cavalli divini ed imbattibili, provò ad ingannare così i pretendenti di Ippodamia, sfidandoli in una corsa di carri; circa dodici cavalieri ci rimisero la testa, fino a quando non fu la volta di Pelope. Quest’ultimo, per aggiudicarsi la vittoria e prendere in sposa Ippodamia, si fece donare dei cavalli da Poseidone, poiché fossero invincibili, ed ancora corruppe l’auriga di Enomao, Mirtilo, affinchè alterasse i mozzi delle ruote del cocchio del suo padrone. L’ultimo artefatto, durante la gara, provocò l’incidente del carro di Enomano, causandone la morte.
Il mito, dunque, aveva già un po’ alterato quello che era il vero spirito sportivo.
Il primo documento scritto che può riferirsi alla nascita delle Olimpiadi parla di una festa con una sola gara: lo stadion (gara di corsa dei192 m). Successivamente si aggiunsero altri sport, come lotta, pugilato, corsa delle quadrighe, salto in lungo, lancio del giavellotto, ecc., e si passò ad una manifestazione della durata di 5 giornate, che riuniva imigliori atleti provenienti da tutte le città greche, comprese le lontane colonie dell’Italia meridionale, della Sicilia, dell’Asia Minore e della Crimea. Come accade per i Giochi moderni, anche allora si svolgeva una cerimonia di apertura ed una di chiusura, con premiazioni, ringraziamenti e festeggiamenti. Gli atleti vincitori diventavano leggenda, acquistavano privilegi importanti e venivano esaltati da famosi poeti nei loro poemi; talvolta si costruivano anche statue in loro onore.
L’editto dell’imperatore romano, Teodosio I, pose fine ad ogni forma di manifestazione sportiva e con l’ordinanza di distruzione del tempio di Zeus, completata poi dal terremoto del VI sec. d.C., svanirono definitivamente le antiche Olimpiadi. Ma ciò, in verità, non bastò a cancellare circa un millennio di “tradizioni”.
Il mito dei Giochi Olimpici non tramontò mai, anzi entrò nella leggenda e continuò a suscitare interesse, tanto che negli ultimi anni dell’Ottocento l’idea di riportarli in vita si concretizzò, grazie anche all’impegno di un gruppo di uomini di varie nazioni e soprattutto del pedagogista e storico francese, Pierre de Coubertin.
Il barone francese era assolutamente convinto della forza didattica dello sport e pensava che un buon approccio alla vittoria e alla sconfitta potesse essere d’aiuto nella vita di ciascuno, per misurarsi con se stesso e per rispettare gli altri.
Il 23 giugno del  1894 Pierre de Coubertin organizzò presso l’università della Sorbona, a Parigi, un congresso e diede impulso alla fondazione del Comité International Olympique, l’organizzazione che avrebbe portato alla rinascita dei Giochi Olimpici e che si impegnò nella programmazione della loro prima edizione, da tenere due anni dopo. De Coubertin assunse in prima battuta la carica di Segretario Generale del CIO, successivamente ne divenne presidente.
Il 1896, quindi, fu l’anno che aprì ufficialmente i primi Giochi Olimpici dell’era moderna ad Atene, e così come avveniva nell’antichità si fissò un intervallo di quattro anni tra una edizione e l’altra, e si ripresero molti termini arcaici per indicare gli atleti, gli arbitri e le competizioni.
Ai giochi di Atene presero parte 14 nazioni, per un numero approssimativo di 285 atleti, in gran parte greci. Le competizioni disputate furono 43, distinte in 9 sport (atletica leggera, ciclismoginnasticalotta, nuoto, scherma, sollevamento pesi, tennis e tiro sportivo).
Le Olimpiadi moderne ottennero un enorme successo, e la Grecia, con il suo re Giorgio I, chiese la possibilità di diventare sede permanente di tutti i futuri Giochi Olimpici; il CIO non concesse tale diritto e stabilì che ogni edizione dovesse essere organizzata di volta in volta in una nazione diversa.
Lo sport pensato dal Barone de Coubertin era uno sport dilettantistico, ovvero praticato per passione e per disinteresse, lontano da profitti pecuniari. La prima Olimpiade, e alcune delle successive, infatti, si svolsero secondo regole assolutamente diverse da quelle esistenti nei giorni nostri: gli atleti erano tutti uomini (per rispettare la tradizione classica) e dilettanti.
Le successive Olimpiadi del 1900 si svolsero in Francia, così da omaggiare di Pierre de Coubertin e abbinare l’evento all’Esposizione Universale, prevista per lo stesso anno nella capitale francese; i due eventi in concomitanza avrebbero richiamato maggiormente l’attenzione del pubblico. Ma in realtà l’idea si rivelò quasi catastrofica, relegando le gare al secondo posto. Andò ancora peggio a Saint Louis (USA) nel 1904: per molti atleti la sede era troppo distante e questo si rivelò un ostacolo insormontabile; dei 496 partecipanti solo 64 provenivano da altri continenti. Inoltre, i Giochi furono di nuovo inglobati in una fiera commerciale, la “Louisiana purchase exposition”, e affiancati da manifestazioni di contorno, tra le quali gli “Anthropological Days”, che proponevano gare sportive riservate ai neri, ai popoli asiatici, ai pellirosse, ecc. Tutto ciò era nettamente in disaccordo con gli ideali olimpici, contrari a qualunque tipo di discriminazione.
Giunse il 1908 e a Londra prese vita la quarta edizione delle Olimpiadi. Qui, grazie alla profonda cultura sportiva del paese ospitante, finalmente cambiò tutto. Parteciparono oltre 2.000 atleti di 22 nazioni (68 italiani) e il rigore e la professionalità dell’organizzazione restituirono alle Olimpiadi la dignità persa a Parigi e a Saint Louis. I Giochi di Londra sono da considerarsi, dunque, il vero inizio delle Olimpiadi moderne.
Progressivamente si definirono il cerimoniale ed i simboli legati alla manifestazione, che ancora oggi contribuiscono a mantenerne la solennità ed il fascino, malgrado la crescente commercializzazione: la bandiera (approvata nel 1914 ed utilizzata nel 1920 ad Anversa, raffigurante cinque anelli intrecciati colorati; ciascun colore rappresenta un continente), il giuramento di un atleta in rappresentanza di tutti i partecipanti (1920), la fiamma olimpica (1928, Amsterdam), la staffetta con la fiaccola che porta la fiamma da Olimpia alla sede dei Giochi (Berlino, 1936).
La Carta olimpica elaborata da Coubertin, per stabilire principi e regolamento delle Olimpiadi, rifletteva la sua concezione decisamente partigiana dello sport. Nonostante ciò, col tempo, seppur con fatica, venne accettata la partecipazione femminile ai Giochi Olimpici (1900, Parigi – le donne parteciparono nel golf, tennis e tiro con l’arco). Il principio del dilettantismo, invece, fu applicato con assoluta fermezza per molto più tempo e superato esclusivamente  dopo aspre polemiche solo negli anni ’80.
Nel corso degli anni, all’interno della manifestazione sportiva, provarono a farsi spazio le discipline della neve e del ghiaccio, considerate, fino a quel punto, troppo di nicchia per poter avere una grande popolarità a livello internazionale. A tal proposito, per accordare un po’ gli animi di tutti, i primi di giugno del 1921, durante il congresso di Losanna, il CIO patrocinò una “Settimana Internazionale degli Sport Invernali”, da far disputare nelle prime settimane del 1924. Le seguenti gare, affrontate in dieci giorni, sarebbero state il prologo delle Olimpiadi vere e proprie. Ma, contrariamente ad ogni pronostico, queste ebbero un successo clamoroso ed inaspettato: oltre 10000 spettatori paganti, un’enormità per quell’epoca. Pertanto al congresso di Praga della fine di maggio del 1925 quelle gare vennero retroattivamente rinominate “prime Olimpiadi invernali” e si stabilì che anche questa nuova manifestazione dovesse disputarsi ogni quattro anni e nello stesso anno delle Olimpiadi estive.
Le novità ed i cambiamenti, nel campo della manifestazione Olimpica, sembravano non arrestarsi mai; effettivamente c’era ancora un caso assai importante che meritava d’essere attenzionato: lo sport per disabili.
Correva l’anno 1948. Il neurologo Ludwig Guttmann si adoperava affinchè si adottasse e promuovesse lo sport come metodo principale di terapia per i soggetti disabili. A sostegno di questa tesi, nello stesso anno, nell’ospedale di Stoke Mandeville (GB), Guttmann cominciò ad organizzare delle competizioni sportive ufficiali per i pazienti ricoverati presso il centro di riabilitazione. Il germe delle moderne Paralimpiadi fu una gara di tiro con l’arco, cui parteciparono quattordici uomini e due donne. Nacque così la Federazione Internazionale dei Giochi di Stoke Mandeville (ISMGF); da quel momento la ricorrenza si tenne ogni anno con una periodicità regolare. Nel 1952, in occasione della seconda edizione, si unirono dei veterani di guerra olandesi: i giochi così cominciano ad avere una valenza sempre più internazionale. Nel 1956 Ludwig Guttmann, insieme ad Antonio Maglio, medico italiano che si occupava della riabilitazione dei disabili presso il centro dell’Inail di Ostia, decide di portare le Paralimpiadi a Roma nel 1960. Per la prima volta Olimpiadi e Paralimpiadi si svolsero nella stessa città, ed i disabili condivisero gli stessi alloggi riservati agli atleti olimpici, gareggiando sulle stesse identiche piste. Un traguardo importante, una pietra miliare per gli sport disabili che da quel momento conoscono una crescita ed uno sviluppo che ancora oggi continua senza sosta.
Col passar degli anni, l’olimpismo di  de Coubertin è stato profondamente addolcito per evitare di risultare sgradevole alle sensibilità politiche, culturali e sociali dei diversi popoli e nazioni che partecipano ai giochi. Restarono saldi alcuni dei principi umanistici, quali la non discriminazione razziale o religiosa, il rispetto della dignità umana, l’eguaglianza delle possibilità ed il fair play; altri valori , come quello dell’autentico spirito sportivo vennero adombrati ed il motto Coubertiano “l’importante non è vincere, ma partecipare” venne scacciato dallo sport professionistico, ovvero dallo sport pagato egregiamente e diventato perciò sinonimo di notorietà e ricchezza.

Oggi il CIO, oltre a dover affrontare problemi pressanti che minano la credibilità delle Olimpiadi, quali il doping degli atleti o il comportamento non sempre imparziale dei giudici di gara, è impegnato nel conciliare le pur indispensabili esigenze economiche con una commercializzazione eccessiva sempre più invadente, cercando di non tradire gli ideali olimpici di lealtà, eccellenza sportiva e cooperazione. Ciononostante, le Olimpiadi rappresentano ancora oggi la più grande manifestazione sportiva del mondo e, per un atleta, una medaglia olimpica ha un sapore assolutamente diverso da qualsiasi altro successo sportivo.

 

 

Palermo
13 Settembre 2016

Giusy Modica