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Eutanasia: questione che divide l’opinione pubblica

Di Davide, morto nel 2008 a meno di 3 mesi, perché affetto da sindrome di Potter (malattia che fa nascere senza reni e apparato urinario) e della storia dei suoi genitori ne ha parlato nei giorni scorsi, Umberto Veronesi, commentando anche il caso di eutanasia su minore avvenuto in Belgio. Anche i genitori di Davide avevano chiesto che non ci fosse accanimento terapeutico sul loro bambino ma il tribunale, su richiesta di un medico, privò loro della patria potestà ordinando le cure sul bimbo e allungandogli di qualche giorno la vita. La mamma afferma: “Bisogna anche avere il coraggio di lasciare andare le persone che si amano. Anche quelle che si amano più di ogni altra cosa al mondo, più di sé stessi. Non volevamo che ci si accanisse contro di lui. Che diventasse una cavia. Con l’umiliazione del tribunale, hanno contribuito a calpestare la nostra dignità, la sensibilità di una famiglia che stava per perdere il suo bambino. Questo tipo di dolore è colla indelebile, ma vorremmo che a qualcosa possa essere utile: ad aprire un dibattito serio sull’eutanasia in questo paese. Un dibattito che contribuisca a creare una legge seria, che ponga regole e diritti, e che non consenta a nessuno di soffrire quanto noi”.

OgniPaese, in cui è prevista la possibilità di scegliere per sé la strada dell’eutanasia in caso di sofferenze intollerabili, prevede limiti di età e modi di applicazioni differenti della stessa. Alcuni paesi europei continuano ad avere leggi particolarmente severe che prevedono anche pene carcerarie dai 7 ai 14 anni: la Grecia, infatti, insieme alla Romania combina pene di 7 anni mentre l’Irlanda anche di 14 anni. L’Olanda, nell’anno 2001, è stato il primo Paese del mondo a legalizzare l’eutanasia ed il suicidio assistito cioè la possibilità di mettere fine alla propria vita in caso di gravi malattie e di sofferenze diventate ormai insopportabili per l’individuo purché di età superiore ai 12 anni. In Lussemburgo un medico che applica l’eutanasia su richiesta del paziente non è perseguibile penalmente. In Svezia non è consentita l’eutanasia attiva ma solo quella passiva, attraverso l’interruzione dei trattamenti medici e dell’erogazione dei mezzi di supporto alla vita. In Danimarca è possibile applicare l’eutanasia soltanto se era già stato preventivamente espresso il consenso ad essa. In Spagna è ammessa l’eutanasia passiva. In Francia lo è solo in misura parziale ed accompagnata dalla certificazione ed autorizzazione di due medici. La Germania dal 2015 ha autorizzato l’eutanasia passiva ma se la volontà del paziente è realmente chiara, viene ammessa anche l’eutanasia attiva. In Gran Bretagna sono perseguiti legalmente sia l’eutanasia che il suicidio assistito, che però in certi casi particolari ed estremi, può essere autorizzato ricorrendo ad un giudice. In Belgio, dove la legge è entrata in vigore nel 2002, dal 2014 è prevista la possibilità di applicarla anche ai minori senza alcun limite di età: al momento è il primo ed unico paese nel mondo a prevedere questa possibilità. Non troppo tempo fa si è, appunto, parlato di un caso di applicazione di eutanasia ad un minore con una malattia che gli induceva insopportabili dolori fisici. Questa notizia ha spaccato l’opinione pubblica: da un lato l’insurrezione del mondo cattolico, per cui la vita è qualcosa di sacro e solo Dio ha il potere di toglierla, dall’altro la sfera laica che da anni si batte per il diritto di scegliere quando poter morire.

Ma se in Belgio si discute sull’eutanasia per minori, va detto che in Italia non vi è nemmeno una legge che regolamenti quella per gli adulti. Per avere una “dolce morte” bisognerà anche attendere il referendum costituzionale; all’inizio del mese di marzo, le commissioni Giustizia e Affari sociali della Camera si erano riunite per discutere le proposte di legge sull’argomento e cercando di trovare una sintesi. Ad oggi, invece, la legge è bloccata in commissione e non c’è alcuna volontà di discuterla.

L’eutanasia è l’atto attraverso cui un medico somministra a un paziente in fin di vita, consenziente, un farmaco che interrompe le funzioni vitali del corpo; realtà ben diversa è il suicidio assistito, in cui il medico ha l’unico ruolo di assicurarsi che il paziente non abbia alcuna speranza in una vita migliore. Le implicazioni etiche e giuridiche sono ben diverse. “Un medico non può diventare killer del suo paziente”, dice Paolo Becchi, docente di giurisprudenza all’Università Statale di Genova e studioso di bioetica “Con l’assistenza a chi decide per il suicidio, invece, non si fa altro che affiancare il malato nel portare avanti una sua decisione”.
Entrambi sono attualmente illegali in Italia, punibili con il carcere fino a 15 anni secondo gli articoli 575, 579, 580 e 593 del codice penale.  Articoli incostituzionali, secondo Becchi, in quanto negano il diritto all’autodeterminazione.

L’argomento del suicidio assistito è, da sempre, molto dibattuto e non si trova facilmente il filo della ragionevolezza: i pro e i contro tendono sempre a difendere le proprie ragioni che mettono in campo bioetica, filosofia, religione e libero arbitrio della singola persona. Le principali ragioni sostenute dai pro-eutanasia sono: la sovranità delle scelte personali e private che non meritano ingerenze di nessuno e l’importanza della dignità della persona, fino alla fine dei suoi giorni. Chi, invece, è fortemente religioso nega l’eutanasia come pratica di dolce morte, perché la vede come un’interruzione della vita decisa dall’uomo e non da Dio; inoltre è spesso vista come una forma di omicidio in quanto messa in atto da una persona terza.

Nell’eterna discussione tra pro e contro l’eutanasia, in realtà, tutte le ragioni sono valide: l’argomento è ricco di implicazioni filosofiche, religiose, etiche, mediche che meritano sempre di essere approfondite.

 

Valentina G.