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Dracula era colombiano

15 Agosto 2015

Care amiche e amici,
spero e immagino che la maggior parte di voi stiano piacevolmente Two guerrillas of the Revolutionary Armed Forces oboccheggiando in spiaggia, in città afose o in trazzere assolate. Mi dicono che il solleone, per lo meno in Sicilia, è intervallato da spruzzi di pioggia d’agosto. Buon ferragosto a tutti!
Mi permetto di scrivervi per farvi sapere che vi penso, che sto bene, e che come già mi è capitato, trovo il senso di certe riflessioni nell’atto di condividerle con voi.
Da un mese a questa parte mi trovo in una regione centrale della Colombia, alle porte di una vasta pianura serrata a nord dalle prime creste andine e a sud dalla selva incipiente dell’Amazzonia. Los Llanos si perdono a vista d’occhio, rigati dal grande fiume Orinoco e quadrettati di tenute enormi dove vive gente che veste cuoio con cappelli a grandi falde e usa lazos per domare il bestiame.

Scendendo dalla Serra dove a 2600 metri di altezza sta arroccata Bogotá, dalla macchina del cerimonioso Señor Gonzalo si vedeva nitidamente l’immensa pianura verde scuro oppressa da un cielo grigio bassissimo. In macchina suonava il vallenato, la musica vecchia dell’uomo colombiano della costa dove giungono le balene ad accoppiarsi e cantare, e parlava di donne che cucinano, lavano, stirano e rimangono mute, di tradimenti, di facili costumi, tono sentenzioso e machista.

Le donne del llano sono temute perché fanno brujería. Si sa che saccheggiano l’amore gli uomini, danno loro da bere intrugli e li inebetiscono e li tormentano con apparizioni. Conoscono arti
strane, nel mezzo di una tempesta incrociano due machetes per terra con una candela sopra; la candela non si spegne, la pioggia sì.

In questo intorno ho cominciato il mio lavoro con l’UNHCR e l’UNDP, due agenzie delle Nazioni Unite, rispettivamente l’Alto Commissionato per i Rifugiati e il Programma di Sviluppo.
Faccio parte di una piccola squadra incaricata di sistematizzare le attività e le lezioni apprese del progetto TSI, i cui beneficiari sono comunità di desplazados (rifugiati interni) vittime del conflitto militare che falcidia la Colombia da sessant’anni.

Come l’unificazione della nostra Italia, la liberazione della Colombia dagli spagnoli è avvenuta dall’alto. Ironicamente, prima di tradurre in successo militare il sogno dell’élite savoiardapiemontese, Giuseppe Garibaldi aveva combattuto a fianco di Simón Bolívar per l’emancipazione dei popoli latinoamericani e aveva aiutato l’eroe del panamericanismo a strappare la gente dalle mani dei coloni per sottoporla al nuovo giogo dei grandi proprietari terrieri, danarosi e conservatori, che avevano manovrato l’intero processo di liberazione dall’alto.

Così la Colombia nasce e cresce
con uno stigma altamente conservatore, dove la disciplina oppressiva si sostanzia nella limpieza social (l’esclusione dalla comunità ed il linciaggio spontaneo di soggetti problematici, quali omosessuali o consumatori di droghe) e nella repressione dei diritti della classe contadina, sistematicamente soffocati nel sangue. E’ in risposta a ciò che nascono guerriglie comuniste di difesa campesina, le FARC (4° nel ranking dei gruppi terroristi attivi nel pianeta), l’M19, le ELN, le EPL, che riempiono vuoti di stato e difendono la rivoluzione a modo proprio. Da par suo, il governo
risponde confezionando i propri squadroni paralleli all’esercito ufficiale: los paramilitares nascono per contrastare i rivoluzionari, hanno il permesso di seminare terrore e violenza tra i civili. Durante
il mandato della figura emblematica di Alvaro Uribe (2001-2009), i paramilitari del grande capo Salvatore Mancuso raggiungono un alto livello di riconoscimento ufficiale e loro attività violente vivono una recrudescenza agghiacciante, mentre le FARC perdono il loro capo Marulanda e cominciano a soffrire di amnesia ideologica.

Si da il caso che tutti questi eserciti sul terreno dovessero in qualche modo sostentarsi. Quale negozio più semplice e redditizio della coltivazione e smercio di marijuana e coca? Il narcotraffico è oggi l’attività principale di corpi armati ancora stancamente in azione, acefali e senza idee, che si
trascinano su un suolo zeppo di mine antiuomo, sordi alle ciarle verbose delle negoziazioni di pace che si stanno svolgendo a La Habana (Cuba) per regalare finalmente alla Colombia la condizione di stato in post-conflitto.

Il narcotraffico già esisteva, era un negozio come tanti in una terra governata da famiglie ricche di rancheros affaristi come Pablo Escobar, come il negozio dell’oro o degli smeraldi di cui trasuda questa terra, terra tutta ricca florida prosperosa generosa d’acqua, di piante licite e illecite.
Assieme all’acqua e alle mine antiuomo, la ricchezza affiora dalla terra sotto forma de la Guaca, il tesoro nascosto. Forzieri pieni di soldi popolano strati del sottosuolo, sotterrati dai militari con la promessa di un giorno andarli a riprendere, salvo essere ritrovati frattanto da bambini, contadini o altri militari. La ricchezza non è dell’uomo ma della terra che la ostenta aggressiva, assordante di cascate, vegetazione, piante carnivore e frutta che non bastano i nomi per chiamarla, come le vie di Roma. I bambini trovano nella selva tombe con gioielli, statuette d’oro dell’era precolombiana, e le scambiano in paese con due gazzose e un pane. La terra è piena di petrolio crudo, e la superficie è piena di autocisterne che lo portano.

Ma la ricchezza dove va? E’ tutta questa ricchezza che porta avarizia, bassezza e violenza. Questa violenza che ad oggi ha prodotto quasi 6 milioni di rifugiati e ne produce in media 150.000 nuovi all’anno. E’ la ricchezza la madre della povertà, qui nelle comunità dove lavoriamo. Si tratta
di un barrio urbano che assomiglia ad una favela, il barrio 13 de Mayo, uno stanziamento spontaneo di desplazados, ad oggi ancora illegale, presso cui il progetto TSI di UNHCR-UNDP ha contribuito a installare servizi e protezione, ha rafforzato il senso comunitario ed ha avviato un
processo di sviluppo socio-economico sostenendo 42 micro-imprese locali.

L’altra comunità in cui lavoriamo è un contesto di reubicazione rurale di vittime del conflitto, a cui sono stati assegnati a titolo provvisorio fazzoletti di terra acida e poco fertile, in lande remote e dimenticate, calcate solo dalle carovane del narcotraffico e dalle bande guerrigliere e paramilitari.
Qui, tra i campi e gli albereti coltivati ad ananas e maracuyá sbucano dalla boscaglia armadilli guardinghi e formichieri flemmatici che si disputano il suolo con il tapiro svelto, mentre al piano di sopra il bradipo solenne e prolisso non può arginare lo svolazzare delle scimmiette ed il fruscio dei
pappagallini colorati.
In questi luoghi, nella totale normalità del quotidiano, risiedono archetipi del nostro immaginario. La cultura indigena viva e presente con il suo oro nascosto e le sue piante medicinali ammonisce con la faccia di totem su ciò che fu e getta uno sguardo straniante su ciò che stiamo facendo, la guerriglia e i paramilitari, il lazo e il rodeo, i tapiri e gli armadilli, la salsa, il merengue e la bachata. Gioco forza devo imparare a ballarli, qui ogni contesto è buono per unirsi con sorrisi smaglianti e sbrigliare lo spirito che fa dondolare e sgambettare applicando estro fluido a leggi matematiche che… diamine devono pure esserci ma che io ancora non ho colto!

Questo carosello schiamazzante è di casa da queste parti, e spazializza il carnevalesco. Carnevale non è un tempo dell’anno, è un luogo fisico. Nell’antica Roma, perché il mondo potesse restare in equilibrio, si canalizzava ogni pulsione anti-sistemica nel giorno della celebrazione del
caos quando per 24 ore gli schiavi sodomizzavano i padroni, per poi tornare ciascuno ai propri aurei ruoli all’alba seguente.

Nel mondo di oggi, affinché tutto possa stare in equilibrio è necessario
che esistano dei paesi dove le cose rimangono sottosopra, dove il quotidiano è il grottesco, il violento, il posticcio. Tutto sembra essersi assestato ad una temperatura di festa e di tragedia, con il sapore eccessivamente dolciastro delle caramelle gommose ed il suono invasivo della musica del giorno del santo.
Qui si celebra la festa del diavolo, i telegiornali declamano con voce di giostrai i delitti più efferati, le violenze più gratuite, persino gli incidenti più sfortunati che dovrebbero occupare colonne marginali di riviste di dubbio profilo sono ospiti d’onore del notiziario principale del giorno. “Se scuoti il giornale settimanale, cola sangue” mi hanno detto più persone che non si conoscono, in momenti distinti, a riprova del fatto che esiste una coscienza collettiva dell’idolatria perversa dell’orrido, che si cristallizza in espressioni idiomatiche condivise.

Il silenzio e la tranquillità sono rotti da un gruppo di mariachi con le loro chitarre e la loro polifonia sostenuta, che ti sorprendono in un momento di intimità; il senso della ragione è sfidato dall’aggirarsi di individui vestiti come fosse Halloween.

Per riassumere questo sentimento melenso, non trovo immagine più pungente di quella che mi sorprese uno dei primi giorni: nel centro della città, nel mezzo del pomeriggio, della gente, di un giorno qualunque, senza
ragione, la figura di un bambino che tiene la mano alla madre. Ha gli occhi iniettati di sangue, la bocca mezza aperta, i denti sono di vampiro.

Nella speranza di sentirvi e di rivedervi presto
Un abbraccio forte dalla terra del realismo magico,

Cesare Trentuno

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